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Becker: “Sinner mi chiese di allenarlo”. Il consiglio decisivo per la carriera di Jannik

Becker Sinner mi chiese di allenarlo Il consiglio decisivo per la carriera di Jannik
Becker Sinner mi chiese di allenarlo Il consiglio decisivo per la carriera di Jannik

(Adnkronos) –
Boris Becker poteva essere l'allenatore di Jannik Sinner. A raccontarlo è proprio il tedesco, vincitore più giovane di Wimbledon (conquistato all'età di 17 anni), in un'intervista al Corriere della Sera. La richiesta dell'azzurro era arrivata nel 2022, quando era ancora seguito da coach Riccardo Piatti: "È vero, doveva restare un segreto. Mi aveva chiesto di allenarlo – ha spiegato Becker – ma aspettavo la sentenza di Londra. Gli dissi: non so come finirà, non posso prendermi l’impegno. Però non volevo lasciarlo solo: gli suggerii due nomi, uno era Darren Cahill. Per me, il migliore". Un'indicazione fortunata: "Quattro Slam a 24 anni, non credo che avrei potuto fare meglio di Cahill e Vagnozzi. Jannik era già un portento di testa, e il successo del suo team parla da solo". Becker racconta la sliding door che avrebbe potuto portarlo accanto a Sinner, ma non solo. Nell'intervista c'è spazio anche per un commento alla mancata partecipazione di Jannik alla Coppa Davis: "Ho letto le critiche, ma capisco Jannik. Io vinsi la Davis due volte, nell’88 e nell’89, e l’anno seguente non la giocai. Avevo bisogno di riposare, feci esattamente come lui. Il tennis è uno sport individuale e non siamo macchine. L’Italia è fortunata ad averlo". Oggi Becker vive a Milano insieme alla moglie Lilian, ma nel 2022 ha vissuto anche il carcere per bancarotta fraudolenta: "Ho avuto paura di morire due volte. Una, quando un detenuto, un assassino, mi venne addosso urlando. Avevo in mano il vassoio del pranzo, gli risposi, ma in sette o otto mi protessero. Tre giorni dopo quell’uomo venne in lavanderia, cadde in ginocchio e mi baciò la mano. Ho capito allora che lo aveva fatto per ristabilire il rispetto. In carcere, il rispetto è la legge non scritta. Le prigioni non sono gestite dalle guardie, ma dai prigionieri". 
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